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Idee, proposte per uno Stivale che non calza più

Storie di marinai, di navi in tempesta e di capitani più o meno coraggiosi

Pubblicato da Bernardo Bonaventura su 29 ottobre 2009

Le tanto annunciate primare del PD hanno finalmente, dopo estenuanti mesi di attesa, incoronato Bersani, preannunciato e favoritissimo alla vigilia, nuovo condottiero del sommergibile bucato del centrosinistra italiano.

Il povero Franceschini non è bastato l’aiuto mediatico della Serracchiani in Veneto (unica regione in cui ha vinto la sfida con Bersani) o di Cofferati in Liguria (quest’ultimo non è stato di grande aiuto all’ex braccio destro di Veltroni). La sconfitta è stata netta e senza appello. Di fatto, la si può interpretare come una manifestazione di volontà dell’elettorato di sinistra, o per meglio dire una insofferenza manifesta, di riportare il partito verso un’approccio meno cattolico, meno moderato, più progressista (nel senso antico del termine).

Franceschini, è stato il secondo ex democristiano ad assaporare la furia dei propri elettori. Il primo fu Rutelli, che regalò di fatto con la sua presenza la poltrona di sindaco di Roma ad un incredulo Alemanno.

La scelta di Bersani può significare una netta voglia di tagliare corto con i compromessi e con le alleanze verso il centro, verso i cattolici, e di ritornare verso le radici di sinistra. Non a caso, lo stesso Bersani si è affrettato subito a dire che intende immergere il partito in una nuova linfa socialista. Il cambiamento di rotta non è stato particolarmente gradito nel club moderato-cattolico del PD, che si sa non è proprio incline al cambiamento. Rutelli, da par suo, sentendo la mala parata ha rivelato a Vespa la sua intenzione di confluire, non si sa quando ne con chi, in quella che Guzzanti (figlio) definì in un suo spettacolo, la grande orgia centrista, nella quale Casini rappresenta il deus ex machina.

La radiografia del PD rivela una frattura scomposta molto difficile da curare. Bisognerà vedere se la frattura potrà portare un beneficio al partito o la definitiva sconfitta. Da un lato, l’allontanamento, più o meno cercato, della Rutelli crew porterà una maggiore unità di visioni tra gli elementi del partito. Dall’altro lato, il già esiguo numero di elettori andrà ulteriormente a scemare, almeno in un primo tempo a favore, presumibilmente, dell’UDC e della Lega (per precauzione non nomino il PDL).

Bersani è il capitano di un sommergibile che sta affondando mentre parte dell’equipaggio tenta di scappare. Evodentemente, non è capitato in un momento facile (una menzione a parte meriterebbero gli scandali di natura sessuale di alcuni eminenti rappresentanti istituzionali – vedi Marrazzo). La strada delineata sembrerebbe netta e tortuosa. Semplicemente, in bocca al lupo.

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Dall’arte di comunicare all’insofferenza di essere notizia

Pubblicato da Bernardo Bonaventura su 4 settembre 2009

Il Premier Berlusconi è sempre stato ossessionato dalla sua immagine e da come essa appariva agli occhi dellopinione pubblica. Cosa succederà adesso che limmagine si sta sgretolando?

Il Premier Berlusconi è sempre stato ossessionato dalla sua immagine e da come essa appariva agli occhi dell'opinione pubblica. Cosa succederà adesso che l'immagine si sta sgretolando?

Tra le doti di politico universalmente riconosciute a Berlusconi vi è, senza dubbio, l’ars oratoria e l’innata capacità di vendere la sua figura. Forse sarebbe più saggio affermare che il Presidente del Consiglio è un vero maestro di comunicazione e che, in varie occasioni e tramite differenti mezzi, è riuscito a crearsi un’immagine di Presidente vicino alla gente.

Tale risultato è frutto di una serie di politiche comunicative che hanno convinto, e talvolte persuaso, l’opinione pubblica sulla bontà dei suoi propositi politici. Vari sono gli esempi. Il vestire sempre in maniera uniforme (giacca blu scura, camicia celeste e cravatta blu scura) e il mantenere sempre la stessa pettinature e mimica facciale hanno aiutato il premier a costruirsi come un’icona di riferimento per la popolazione. In molti paesi del sud America o dell’Africa dittatori e leader di partito utilizzano tute militari o costumi caratteristici (ben nota è la vestigia del Colonnello Gheddafi). Stalin è ricordato per i suoi baffi (cd. Baffone). Che Guevara per il berretto rivoluzionario. Berlusconi forse per la bandana.

Inoltre, Berlusconi non perde occasione per presenziare in eventi dove si ritrova a diretto contatto con la popolazione. In questo senso, è riuscito a trasformare una catastrofe dell’Aquila in un successo mediatico, facendosi fotografare tra le macerie in compagnia di Obama e proclamando ai quattro venti le prossime vacanze in Abbruzzo. Va detto che un leader politico che si precipita sul luogo di una tragedia compie un gesto sicuramente ammirabile che denota un alto senso di responsabilità. Questo ovviamente è vero se la finalità dell’”apparizione” è effettivamente quella di rendersi conto dell’accaduto e garantire, tramite la propria visibilità, un pronto recupero dal disastro. A quanto pare, terminati i lavori del G8 si sono esauriti anche gli interessi del Presidente verso i terremotati. In molte città,  le tende non sono state rimpiazzate da i promessi container ed i lavori di ricostruzione sembrano lontani dall’avere un inizio.

L’esempio dell’Aquila mostra come Berlusconi riesca a mascherare con un’immagine vincente i problemi che il suo governo affronta. Da esperto industriale e marketer, ha compreso che agli occhi dell’opinione pubblica (spesso disinformata per motivi culturali, di tempo, di interesse) conta di più ciò che si vede rispetto a ciò che sta dietro le quinte, la famosa sostanza delle cose.

Sin dalla sua ascesa in campo, al termine di un altro terremoto ma di natura politica (Tangentopoli), la strategia del far prevalere l’immagine sulla sostanza ha sempre funzionato. I suoi esecutivi sono rimasti in carica per periodi record, ha quasi sempre goduto di ampie maggioranze nelle camere ed è stato in grado di far passare provvedimenti legislativi ai limiti del colpo di stato. Sempre sfoggiando un bel sorriso e rassicurando la gente con parole semplici e di facile assimilazione.

Ma cosa succede quando l’immagine comincia a scricchiolare? Per molti osservatori internazionali (The Economist e The NYT su tutti) il rapporto consolidato tra Italiani e Berlusconi sta cominciando ad affievolirsi a causa dei ripetuti scandali di natura sessuale che hanno coinvolto il premier in questi mesi. Inoltre, il rapporto con la Chiesa, vero motore di voti in un paese cattolico come il nostro, ha subito una brusca interruzione a seguito dell’attacco di Feltri al direttore dell’Avvenire, Dino Boffo.

A mio avviso, è difficile prevedere una profonda crisi per il premier. E’ vero, d’altro canto, che l’immagine del cavaliere sta lentamente cambiando agli occhi dell’opinione pubblica e che la rottura con la Santa Sede potrebbe rivelarsi un duro autogol politico. Di questo Berlusconi è consapevole. Lo si capisce del nervosismo con il quale attacca (querelandoli) giornali e giornalisti di mezzo mondo. Di sicuro c’è che Berlusconi sta correndo il rischio di veder smantellata la maschera di Premier perfetto che ha costruito per anni.

BB

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Alcuni buoni motivi per evitare le gabbie salariali

Pubblicato da Bernardo Bonaventura su 11 agosto 2009

La proposta di ancorare i salari al costo della vita su base regionale è il tormentone politico dell’estate. Il Governo, sotto la spinta insistente della Lega nord – vero e proprio motore legislativo dell’esecutivo – sta sondando il terreno per una riforma che rappresenterebbe un ulteriore passo verso il federalismo.

Quali sono i costi di ancorare le remunerazioni al costo della vita?

Quali sono i costi di ancorare le remunerazioni al costo della vita?

Tale proposta, in realtà, non è del tutto innovativa. Nel 1975, un accordo tra i principali sindacati dei lavoratori e degli imprenditori ha introdotto l’ancoraggio delle remunerazioni al tasso di inflazione su scala nazionale (la cosidetta scala mobile). La ragione di quell’accordo la si può trovare negli shock petroliferi degli anni ‘70, nella conseguente perdita di potere di acquisto delle famiglie (dovuta a tassi di inflazione molto elevati) e nella scarsa stabilità del sistema economico mondiale, già scosso dalla caduta del sistema di cambi vincolati Bretton Woods annunciata da Nixon nel ‘71 (fu annullata la convertibilità fissa del dollaro sull’oro a seguito del pesante deficit statunitense). In tale contesto storico, l’indicizzazione dei salari fu una scelta necesaria ad attenuare gli effetti destabilizzanti di un sistema economico poco stabile.

Nel contesto attuale, non sembra esserci una ragione sostanziale per giustificare tale riforma. L’eurosistema sta garantendo tassi di inflazione molto contenuti (al di sotto del 2%) e il sistema economico nazionale sta godendo di una stabilità mai raggiunta in precedenza. La ragione sembra essere più di natura politica (consensuale).

I meccanismi di ancoraggio dei salari hanno notevoli aspetti negativi. Non va infatti dimenticato che la scala mobile ha causato la permanenza di un elevato tasso di inflazione in Italia durante gli anni ‘80. L’aumento automatico dei salari genera un incremento del potere d’acquisto delle famiglie che si riscontra in un aumento della domanda di beni, il quale produce un ulteriore aumento dei prezzi. Come conseguenza, l’indicizzazione dei salari produce degli effetti nel breve termine e genera, nel lungo periodo, elevata inflazione (e conseguente instabilità economica).

A livello europeo, è facile aspettarsi delle posizioni poco inclini alle cosidette gabbie salariali. Su tutti, la Bce non vedrebbe di buon occhio tale intervento dello Stato nel mercato del lavoro. Due sono le ragioni: a) l’obiettivo primario dell’eurosistema è il contenimento dell’inflazione nell’euroarea. Come conseguenza, politiche nazionali pro-inflazionistiche appaiono in contrasto con il mandato della Bce, siglato negli accordi di Maastricht; b) l’intervento dello Stato nel mercato del lavoro potrebbe causare inefficienze e squilibri tra domanda e offerta di impiego.

Di fatto, l’Italia è costituita da un tessuto produttivo spaccato in due: da un parte il Mezzogiorno e dall’altra il Nord del Paese. Il costo della vita è solo un aspetto della questione e le gabbie salariali regionali potrebbero marcare, tramite una spirale salari-prezzi, il gap economico tra le due aree.  Altri fattori, quali lo sviluppo delle infrastrutture, le reti di collegamento e l’efficienza delle pubbliche amministrazioni dovrebbero essere presi in maggiore considerazione per attuare politiche di riduzione del gap produttivo.

BB       

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(Pluri)rappresentandoci. Tributo a Gaetano Pecorella, garantista, avvocato e parlamentare

Pubblicato da giulianovosa su 7 agosto 2009

Di ragioni dalla sua, lo stimato On. Prof. Avv. Gaetano Pecorella, pluriavvocato e plurirappresentante, ne ha sicuramente da vendere. Per fortuna c’è qualcuno pronto a difendere i diritti dell’ uomo di fronte a così prepotenti intromissioni nella altrui privacy. Evviva i veri garantisti! Quel che non si capisce, accidenti, è come sia saltato in testa a due imberbi ragazzotti di rivolgergli questioni tanto scellerate. Che male c’è se un avvocato penalista difende un pezzo da novanta della camorra casalese? Tutti hanno diritto alla difesa, anche i peggiori: lo dice la Costituzione. Infatti, nel suo curriculum ci sono altri nomi niente male: Delfo Zorzi (neofascista accusato e condannato in primo grado come esecutore materiale della strage di Piazza Fontana, poi assolto in appello e Cassazione, mentre il suo avvocato è stato imputato per favoreggiamento) e Bruno Tassan Din (amministratore delegato della Rizzoli – Corriere della Sera fino al 1982, poi condannato nel ’93 a 4 anni e 6 mesi per bancarotta, nonché a 14 anni in primo grado per il crack del Banco Ambrosiano – patteggiò poi 8 anni e 2 mesi in appello). Al loro cospetto fa quasi bella figura, o forse no, il suo cliente più noto, un pluriimputato e pluriprescritto attualmente Presidente del Consiglio.

Una carriera spesa al fianco di membri della P2 e protagonisti dell’ eversione nera, svolta abbastanza netta per chi aveva in gioventù appoggiato apertamente Potere Operaio e Soccorso Rosso Militante. Un salto di barricata evidentemente fruttuoso per chi si ritrova ora deputato PDL fra i più attivi a difesa del “Grande Capo”, come lo chiamerebbe Agostino Saccà. In effetti, fare troppe domande ad uno con un simile cursus honorum rischia di essere inutile o controproducente. Ne “Il secondo tragico libro di Fantozzi”, all’ avvocato Camorrani, proclamatosi integralista rosso e subito dopo “vecchio combattente della guerra di Spagna”, il ragionier Ugo domanda ammirato: “Ma scusi, Lei come la pensa?” E lui di rimando: “Io? Esattamente come lei”. “E cioè?” fece Fantozzi, ansioso di conoscere finalmente le proprie idee. “Nel modo più giusto”.  Ecco, appunto.

Un garantista D.O.C. come l’ esimio professionista milanese non poteva non alzare la voce di fronte al sopruso di cui è stato vittima. Ed è incontestabile che l’ eccelso Pecorella abbia più volte speso la sua reputazione per le più nobili cause, nel pieno espletamento dei suoi doveri super partes di rappresentante del popolo italiano. Si legga qualche fulgido esempio.

17 Ottobre 2001: Nella commissione Giustizia presieduta dal Nostro, due deputati forzisti presentano una proposta di legge che estende il patteggiamento a numerosi reati, alcuni dei quali puniti con l’ ergastolo. Nei processi per strage ciò significherebbe abolizione del carcere a vita per i capimafia in galera. Un gentile omaggio a Cosa Nostra, peraltro più volte da questa sollecitato, forse anche a mezzo di apposito “papello”, come ipotizzato da chi indaga sul patto Stato-Mafia quale fondamento costitutivo (Costituente?) della Seconda Repubblica. Il putiferio suscitato (si proponeva di ridurre le pene agli stragisti un mese dopo l’ 11 settembre) indusse lo stesso Pecorella, sebbene a malincuore, a far ritirare il progetto. Ma l’ illustre avvocato non ha mancato di esprimersi più volte sull’ argomento in termini entusiastici, anche in altre sedi. “Meglio una pena di vent’ anni subito che un ergastolo dopo dieci anni”, dirà poi. Si diceva, un garantista. Purché i vent’ anni si scontino tutti. Altrimenti la garanzia è per i criminali. E poi, ci si consenta, perché si dovrebbe rinunciare a punire adeguatamente reati gravi causa “manifesta incapacità” a far funzionare i processi? Bah. Forse anche questa è una garanzia. Per chi, non si è capito. Nel dubbio, prendiamo nota e proseguiamo.

16 aprile 2002: entra in vigore la c.d. legge sul falso in bilancio, ovvero la riforma dell’ art. 2621 del codice civile in seguito alla legge delega n. 366\2001, promulgata a tempo di record (con la collaborazione del capogruppo DS alla Camera, Luciano Violante, che chiese per l’ approvazione una procedura urgente) e attuata in modo ancor più fulmineo (d. lgs. 61\2002). Per una riforma tanto essenziale ed importante da meritare un supporto bipartisan, ecco un relatore d’ eccezione, competente, professionale e soprattutto imparziale: Pecorella. L’ avvocato del premier pluriindagato e pluriimputato, nonchè pluriprescritto. Cosa dice la nuova legge? Ad una cospicua attenuazione generale delle sanzioni (che comporta riduzione dei tempi di prescrizione) si accompagnano due chicche:  1) la perseguibilità del reato unicamente a querela del socio o del creditore (ebbe a dire un giudice: come punire il furto solo quando il ladro si autodenuncia) benché limitata alle società non quotate in Borsa;  2) la previsione di una soglia di impunibilità tanto maggiore quanto più ricca è la società. Si apprende così che in Italia un manager può legalmente sottrarre danaro dai bilanci e tenere una contabilità occulta per fini “riservati”, tipo mazzette a politici e giudici. Un film già visto. Solo che oggi è tutto lecito. Scopi nobili, accidenti, non c’è che dire; nell’ interesse della collettività tutta, proprio come prescrive il mandato parlamentare. Dov’è che era scritto “l’ iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’ utilità sociale”? Ah sì, in Costituzione. Un vecchio libro, dimenticato in soffitta. In America lo stesso manager di cui sopra prende fino a 25 anni di galera. Cavoli, che cattivi questi cowboys. Da noi si è più tolleranti, si concede sempre un po’ di margine, basta che in ogni caso non si alteri “sensibilmente la rappresentazione della situazione della società”, così dice la legge. Quindi solo bruscolini, giusto? Certo: ENEL 191 milioni di euro, Pirelli 241 milioni di euro, ENI 408 milioni di euro, SanPaolo-IMI 105 milioni di euro, Fininvest 41 (poracci). Utilità sociale. Un lavoro di fino: oltre a difenderlo davanti ai giudici, l’ avvocato del Presidente gli ha scritto pure una legge che lo ha tolto dai guai in una mezza dozzina di processi. Assolto per decorrenza dei termini di prescrizione, o più spiritosamente perché il fatto non costituisce (più) reato in seguito alla auto-depenalizzazione. Tutto grazie al Nostro, ineffabile avvocato, senz’ altro meritevole di una parcella sostanziosa. Infatti la seconda parte gliela paghiamo noi: l’ avv. Pecorella, si ricorderà, oltre che illustre garantista, è rappresentante del popolo italiano.

12 gennaio 2006: Approvata una concisa proposta di legge che preclude al pubblico ministero la possibilità di appellare le sentenze assolutorie, mentre il condannato può impugnare quelle a lui sfavorevoli. Lodevole tentativo di aggiornare il nostro sistema alle democrazie più avanzate, si dice: una manna per gli italiani, che finalmente avranno una Giustizia certa e rapida. Qualcuno, ignorante come purtroppo ne circolano fin troppi  in questo Paese, osa mettere in dubbio la compatibilità della riforma col principio della parità delle posizioni processuali fra le parti; e solo perché per far valere le proprie ragioni la difesa avrebbe tre gradi di giudizio e l’ accusa uno. Una disdetta che fra questi analfabeti del diritto ci sia pure il Presidente della Repubblica: il 20 gennaio Ciampi dispone il rinvio per “palesi incostituzionalità”. Le Camere potrebbero riapprovarla anche nello stesso testo, ma mancano 9 giorni alla fine della legislatura. Nessun problema: il Presidente del Consiglio chiede a gran voce una proroga, nell’ interesse della Giustizia s’ intende. Due settimane, ma anche qualche mese: “tanto, che fretta c’è” annuncia spavaldo sulla sua rete ammiraglia intervistato da Bonolis il 23 gennaio. Per il bene degli italiani, questo ed altro. Ovviamente. La riforma verrà approvata come richiesto dal Grande Capo. Qualche maligno si è chiesto: ma quali saranno i risvolti concreti di ‘sta benedetta legge?  Quali processi pendenti in appello su impugnazione dell’ accusa saranno cancellati? Chissà. Poi qualcuno si è letto gli atti della causa SME-Ariosto, appello su impugnazione dei PM della sentenza che concedeva al Grande Capo le attenuanti generiche assicurandogli la prescrizione, e gli è passata pure la voglia di farsi domande. Un altro colpo ad effetto, poi in parte neutralizzato dalla Corte Costituzionale (sentenze 26/2007 e 85/2008) per maggior vergogna di Berlusconi e dei suoi avvocati-deputati. Ma chi era il relatore di questa legge capolavoro? Pecorella. Il garantista.

1 aprile 2009: E’ istituita la Commissione Bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Quel che è successo, in linee generali, lo sanno anche i sassi: un’ amministrazione incapace o complice non è mai riuscita a stabilire un controllo efficace sullo smaltimento, ricadendo ad ogni piè sospinto nell’ “urgenza”, succulenta fonte di lucro per certe aziende in forte odore di camorra. Che i compagni di partito dei suddetti amministratori, a livello nazionale, possano efficacemente indagare sulle manchevolezze dei responsabili, appare da subito poco verosimile. Anche perché i comuni coinvolti sono retti da Giunte di destra e di sinistra; così come, a norma di Costituzione (art. 82) e di regolamenti parlamentari (141 reg. Camera, 162 reg. Senato) la Commissione d’ inchiesta, istituita a maggioranza, è composta rispettando la proporzione dei gruppi politici. Ingenerosamente, c’è chi sente puzza di “scurdammece  o’ passato, simm’ ‘e Napule, paisà!”; che poi, trattandosi della Campania, ci starebbe pure. Si dice: spetta all’ opposizione assicurare il buon funzionamento della Commissione, mediante il controllo democratico; come del resto accade per gli affari ordinari. Appunto. La già scarsa credibilità della Commissione subisce un altro colpo non male quando alla Presidenza viene nominato un avvocato della camorra, nel 2003 difensore di Nunzio De Falco, condannato in appello come mandante dell’ omicidio di Don Peppino Diana (prete di Casal di Principe, in prima linea contro i clan) e in Cassazione all’ ergastolo per l’ omicidio di Mario Iovine, boss rivale dei Casalesi. Chi è costui? Beh. Il Garantista.

Oggi, agosto 2009, al Garantista è stata posta una domanda che suona più o meno così: “l’ aver preso le difese di un boss, di un clan peraltro fortemente sospettato di giocare un ruolo chiave nello smaltimento illecito dei rifiuti, non le sembra in contrasto col suo ruolo di Presidente della Commissione d’ inchiesta che il Parlamento dello Stato italiano ha varato per indagare in merito?”. Il Nostro inopinatamente reagisce male, si arrabbia e poi querela gli intervistatori chiedendo il sequestro dei materiali di supporto dell’ intervista (fallita, visto che si era rifiutato di rispondere). Non contento, in preda ad attacchi convulsi di garantismo spara cannonate a dritta e a manca, infangando la memoria di Don Diana (nascondeva armi della camorra?) a dispetto di una sentenza definitiva, con lo stesso sistema di delegittimazione ad personam che i camorristi usano quando vogliono ridurre un nemico al silenzio. Che poi è lo stesso di chi, accusato di reati più o meno gravi, non si difende nel merito ma si scaglia contro il suo accusatore: comunista, complottista, prevenuto, estremista, disturbato mentale, antropologicamente diverso e via discorrendo.

L’ Auto-garantista. Un po’ come l’ auto-depenalizzato e l’ auto-prescritto. Che singolari fenomeni giuridici offre questa democrazia d’ inizio millennio sulle rive dello Stivale. Triplo conflitto d’ interessi carpiato con ritorno: dal Parlamento alle aule di tribunale, ora Berlusconi, ora i Casalesi. Niente male per uno che esercita da una decina d’ anni un mandato in nome della Nazione (lo dice l’ art. 67 di quel vecchio libro lasciato in soffitta). Tante medaglie ed un solo rimpianto: non essere stato eletto alla Corte Costituzionale. Ci è andato vicino però. Nell’ ottobre 2008 fu candidato dal PDL per sostituire il dimissionario Romano Vaccarella, già avvocato civilista di Berlusconi. Con Pecorella al posto di Vaccarella, evidentemente, il presepe veniva bene lo stesso. Il processo pendente (favoreggiamento) e la firma in calce ad alcune delle più scandalose leggi varate dai governi di centrodestra alla fine mandarono all’ aria la sua nomina. Poco male. La Premiata Osteria Mazzella si è rifatta con Napolitano (Paolo Maria), Berlusconi, Vizzini, Letta ed Alfano. Una tranquilla, romantica cenetta al riparo dalle regole giuridiche e civili, fra domestiche fedeli ed amicizie sbandierate, a qualche mese dalla pronuncia sul Lodo che deplorevolmente porta il nome del ministro proponente e non del beneficiario unico come avveniva in passato (tipo per i decreti sulla TV degli anni ’80). Forse il presepe era meglio. Ma chissà, per queste cose c’è sempre tempo.

GV

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Da Bismarck a Buzek, torna la politica dell’ “Italietta”

Pubblicato da Roberta Savli su 21 luglio 2009

Parlamento europeo di Strasburgo

Parlamento europeo di Strasburgo

A un mese di distanza dalle elezioni europee che si sono svolte fra il 4 e il 7 giugno in tutti e ventisette gli Stati comunitari ancora niente di preciso è stato deciso. Il 14 luglio la prima sessione plenaria riunita a Strasburgo ha eletto al primo turno il candidato polacco Jerzy Buzek alla presidenza del Parlamento. Avendo sbaragliato la diretta concorrente, la svedese Eva-Britt Svensson, Buzek è diventato il primo Presidente proveniente dai Paesi di recente adesione (la Polonia è entrata a far parte dell’Ue il primo maggio 2004). Ancora non è stato nominato ufficialmente dal Parlamento, invece, il Presidente della Commissione. Tuttavia, già all’indomani della tornata elettorale, nel vertice di Bruxelles di metà giugno, i leader politici si erano accordati sul nome da rieleggere. Confermare il mandato dell’attuale Presidente, il portoghese José Manuel Barroso, sembra, dunque, un imperativo categorico cui nessuno può sottrarsi nonostante i paletti imposti dalle sinistre europee.

Qual è il ruolo dell’Italia nella situazione finora delineata? È veramente offuscato dal duopolio Francia-Germania, la cui originaria ostilità sembra aver lasciato spazio a una collaborazione proficua per entrambi gli Stati e per l’Europa in generale? Le speranze del candidato italiano alla carica di Presidente del Parlamento sono andate in fumo ben presto. Mario Mauro, dunque, esponente del Pdl e appartenente al gruppo politico del Ppe, non sarà il quinto Presidente di nazionalità italiana. Per trovare l’ultimo italiano si deve risalire al biennio ’77-’79 con Emilio Colombo, quando, cioè, il Parlamento ancora non veniva eletto direttamente dal popolo. A cosa si deve questa assenza nei piani alti istituzionali? Gli italiani nelle istituzioni comunitarie sono tanti. Eppure, nonostante l’ampia rappresentanza italiana, conseguenza del peso demografico del nostro Paese che, con i suoi circa sessanta milioni di abitanti è fra i più popolosi in Europa, nettamente staccato solo dalla Germania, le personalità di spicco stentano a venire a galla.

E ciò, nonostante la spiccata vocazione europeista dell’Italia, costantemente ricordata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. De Gasperi e Spinelli, solo per citare i nomi più altisonanti, sono persone che, al pari dei più conosciuti Schuman e Monnet, hanno fatto la storia dell’Europa. Ma anche in Italia questa vocazione europeista, che ci ha portato a essere fra i Paesi fondatori della Ceca (Comunità economica del carbone e dell’acciaio istituita nell’ormai lontano 1951), si sta affievolendo sempre di più. Complice la crisi economica e, soprattutto, la sempre maggiore sfiducia nelle istituzioni politiche, siano esse nazionali o comunitarie, l’affluenza alle urne in occasione delle recenti elezioni europee si è attestata al 65,05%. Sebbene nettamente superiore al 43,1% della media europea, tuttavia, è scesa di ben otto punti percentuali rispetto alla tornata elettorale del 2004, quando aveva toccato quota 73,1%. Un calo costante di interesse nei confronti dell’Europa, quindi, giustificato anche da una scarsa informazione. Non si sa, non si può sapere o purtroppo, ed è ancora più grave, non si ha interesse a sapere che buona parte delle decisioni che affettano le nostre vite quotidiane dipende proprio dalle prese di posizione del Parlamento.

Nelle aule di Bruxelles e di Strasburgo i deputati non filosofeggiano solo su temi astratti e potenzialmente lontani anni luce dalla quotidianità, come la percentuale di burro di cacao inserita nel cioccolato, quella di grano duro presente nella pasta e di malto nella birra. In Europa non ci sono solo burocrati, sebbene sia innegabile che una parte cospicua del bilancio comunitario è destinata al mantenimento della macchina burocratica. Si discute anche e soprattutto di cambiamento climatico, di liberalizzazione dei servizi e di mobilità intra-europea. Se, al giorno d’oggi, un avvocato francese può esercitare la professione legale oltre i confini nazionali o se un cittadino tedesco può recarsi liberamente in un altro Stato comunitario per cercare lavoro senza essere respinto alla frontiera, lo si deve ai grandi passi in avanti compiuti dalle istituzioni. Stesso ragionamento deve farsi nel caso di uno studente danese che voglia compiere un’esperienza di studio o di lavoro all’estero. La mobilità internazionale che oggi viene presa come un dato di fatto è il frutto dell’operare silenzioso di persone del calibro di Jacques Delors, che tanto si è battuto per l’approvazione del programma Erasmus, il principale in tema di mobilità giovanile e studentesca.

Il fatto, poi, che molti elettori non si siano limitati a votare per la coalizione formata da Pdl e Ln, ma abbiano attribuito il voto di preferenza direttamente al leader della stessa, Silvio Berlusconi, è indice della poca consapevolezza riguardo alle questioni comunitarie. La carica di eurodeputato, infatti, è incompatibile (ed è giusto che lo sia visto il carico di lavoro che questa richiede se affrontata seriamente) con altre mansioni politiche nazionali. Un membro del Governo non può essere eletto al Parlamento europeo. A maggior ragione, dunque, l’incompatibilità è valida per il Primo ministro, che difficilmente lascerà l’incarico governativo per fare la spola fra Strasburgo e Bruxelles. Non sto qua a sindacare sul merito della votazione (per fortuna il voto è una delle poche libertà che, sebbene inevitabilmente condizionata, ancora ci è rimasta in un Paese come il nostro), ma sulla forma e sulla scarsa informazione che lo ha preceduto.

“Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili”. Così, inoltre, vengono descritti i deputati dell’“eurocasta italiana”. A Strasburgo, infatti, vengono relegati coloro che sono stati esclusi dalla scena politica nazionale, coloro che sono rimasti fuori dalle dispute di potere interno. Il Parlamento europeo è troppo spesso considerato come avente un ruolo di secondo piano rispetto a quello nazionale. I parlamentari italiani a Bruxelles, conseguentemente, non si interessano troppo delle faccende comunitarie preferendo continuare a fare politica interna dall’estero. L’ultima campagna elettorale è stata esemplare giacché, piuttosto che su temi europei, è stata tutta centrata sulla situazione interna, trasformando di fatto le elezioni in un plebiscito per confermare il potere assoluto del partito di governo. Noi italiani, purtroppo, non parliamo le lingue straniere. A causa di una formazione troppo accademica, teorica e per nulla pratica, per di più, siamo incapaci di fare lobby e appena possiamo torniamo a casa per passare il fine settimana sotto il caldo sole del Bel Paese. Non partecipiamo alle riunioni e, anche laddove lo facessimo, non siamo attivi, non creiamo quel network che, invece, è fondamentale per “imporre” la propria personalità e per far accettare le proprie proposte politiche.

Le statistiche, a tal proposito, sono tristemente illuminanti. Uno studio condotto dalla London School of Economics ha dimostrato come gli italiani siano i più pagati e, paradossalmente, i più assenteisti. La partecipazione media alle ultime sedute, infatti, si è attestata al 72%, ben venti punti percentuali di distacco rispetto ai primi della lista, gli austriaci. Fra i venti peggiori assenteisti in Europa, d’altronde, ben dieci (e quindi la metà) sono italiani. Quasi l’80% dei nostri parlamentari, poi, ben 61 su 78, non ha mai presentato una relazione in aula e, addirittura, 17 eurodeputati non si sono neanche mai degnati di aprire bocca in assemblea. Cifre scandalose che sfondano una porta aperta. A ciò si deve aggiungere che, per inseguire ministeri e assessorati in patria, si assiste a una fuga record da Strasburgo e Bruxelles. Sebbene l’Italia detenga una percentuale pari al 10% dei parlamentari europei (78 su 785), il numero di defezioni è esponenzialmente più alto. Circa un quinto di coloro che hanno abbandonato la carica prima di terminare la legislatura, infatti, ben 37 su 180, è costituito da italiani. Nomi illustri? Certamente Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione responsabile per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza, che ha preferito la Farnesina a mandato non ancora scaduto.

Il neoeletto fra le fila del Pdl, Clemente Mastella, si è poi stupito di quanto poco vengano pagati gli eurodeputati. E così, mettendo in mostra il meglio di sé e della mediocrità italiana, ha cominciato a sbraitare nell’ascensore a Strasburgo lamentandosi dei miseri 290 euro giornalieri assegnati per le sedute plenarie del Parlamento. E pensare che qualcuno, con poco più del doppio di quella cifra, deve sopravvivere per un intero mese. Evidentemente il neoparlamentare non è a conoscenza delle nuove disposizioni che stabiliscono un unico salario per i deputati europei, attestandolo all’incirca a 6.000 euro mensili, il 38,5% dello stipendio di un giudice della Corte di giustizia. Le retribuzioni, quindi, non saranno più equiparate a quelle dei parlamentari nazionali. Contenti, dunque, bulgari, rumeni e ungheresi che vedranno così accrescere notevolmente il loro compenso. Un po’ meno soddisfatti dell’iniziativa, invece, i vari Clemente Mastella nostrani che non solo vedranno diminuire le loro remunerazioni, ma non avranno più diritto al rimborso forfettario di spese. Essendo ora necessaria la presentazione di ricevute e scontrini fiscali, terminerà finalmente lo scandalo delle “creste” che molti deputati facevano viaggiando con compagnie aeree low cost e ottenendo rimborsi per inesistenti biglietti in business class. Il volo Ryanair che collega Baden-Baden, cittadina tedesca al confine francese connessa a Strasburgo da una navetta, a Roma chissà perché è sempre completo il giovedì successivo alla sessione plenaria del Parlamento. Parafrasando la celeberrima frase di D’Azeglio, potremmo affermare che: “Fatta l’Europa, si devono fare gli europei”. A cominciare dagli europarlamentari… E da quelli italiani in particolare…

In attesa di vedere gli sviluppi futuri (c’è chi parla di Frattini come il nuovo Solana e chi azzarda il nome di Tremonti alla presidenza dell’Eurogruppo), accontentiamoci di due Vicepresidenti: Giovanni Pittella, eletto al primo turno fra le fila dei Socialisti e Democratici, e Roberta Angelilli, votata al terzo turno per il Partito popolare europeo. E, secondo le stime dell’agenzia Burson Marsteller, la commissione esteri dovrebbe andare a Gabriele Albertini (Ppe), quella per il controllo sul bilancio all’impressionante Luigi De Magistris uscito vincitore dalle urne (Alde), la commissione agricoltura a Paolo De Castro (S&D), quella per gli affari costituzionali a Carlo Casini (Ppe) e, infine, la commissione petizioni a Erminia Mazzoni (Ppe). Ci sembra poco? Non lamentiamoci troppo… Almeno un peso l’abbiamo avuto in Europa. Nell’anno della sconfitta della sinistra europea, il Pd ha subordinato la sua iscrizione al gruppo a una questione di forma ed è riuscito a far cambiare il tradizionale nome al Partito socialista europeo (Pse) in Socialisti e Democratici. Che chiedere di più?

RS

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Cronanca di una sconfitta annunciata

Pubblicato da Fabio Bianconi su 17 luglio 2009

Vent’anni fa nell’umido autunno berlinese veniva meno uno dei simboli che meglio hanno caratterizzato il ventesimo secolo: il muro di Berlino. La lunga guerra fredda che più volte aveva minacciato una guerra atomica tra le superpotenze e i loro alleati perdeva d’intensità e si spegneva tra lo stupore del mondo intero. Quei momenti lontani sono ritornati alla ribalta proprio in questi giorni, con l’elezione del nuovo presidente del Parlamento Europeo lo scorso 14 luglio. Il nuovo presidente Jerzy Buzek del Partito Popolare Europeo è stato, infatti, un attivista di “Solidarność“, il sindacato cattolico polacco che diede il via allo smantellamento democratico del blocco comunista nell’Europa orientale. Divenuto premier tra il 1997 e il 2001 ha poi attivamente partecipato alle negoziazioni per l’ingresso della Polonia nell’UE. Con questo personaggio, dall’aspetto accomodante quanto astuto, l’Europa chiude simbolicamente quello che era stato almeno uno dei suoi presupposti iniziali, quello di contrappeso ai paesi dell’area comunista. Buzek ha ricevuto 555 voti favorevoli su 736 parlamentari raggiungendo la più alta percentuale mai realizzata durante l’elezione di un presidente (con oltre il 70 per cento). Certo l’appoggio del blocco socialista-democratico va attribuito ad un accordo tacito con il PPE che porterà un esponente S&D[1] alla guida del Parlamento durante la seconda metà del mandato. Tuttavia i voti dei liberali, dei conservatori britannici e perfino dei verdi dimostrano l’apprezzamento trasversale a questa figura che ama definirsi uno scienziato più che politico vista la sua lunga esperienza accademica.

L’elezione di Buzek celebra il ricongiungimento dell’Europa occidentale a quella orientale, il riconoscimento agli immensi sforzi delle ex repubbliche socialiste nel loro avvicinamento e ingresso nell’UE.

Probabilmente la scelta più giusta nel momento più opportuno considerando la fase conclusiva di ratificazione del Trattato di Lisbona (Irlanda e Germania permettendo[2]). Un gesto di grande sensibilità politica da parte delle forze politiche europee e nazionali. È un peccato che la nostra compagine governativa abbia dimostrato una tale indifferenza ostendando la candidatura dell’europarlamentare Mario Mauro. Senza togliere nulla alle capacità del nostro candidato, il braccio di ferro creato all’interno del PPE dimostra una presunta scarsità d’acume politico. L’Italia, a detta di molti, ha mostrato il solito dirigismo tipico dei grandi Stati europei e una malcelata diffidenza nei confronti dei nuovi Paesi membri. Ciononostante all’interno del PPE il partito guidato da Berlusconi ha ricevuto un consenso relativo tra i più alti nel Vecchio Continente e in sede di negoziazioni ha avuto certamente un peso politico.

Ma proviamo ad uscire dai soliti schemi mentali che tanto sono lontani da quella che è la diplomazia tra gli Stati. Un’attenta analisi, infatti, potrebbe portarci ad una spiegazione molto più articolata all’azione italiana durante la vicenda, nella migliore tradizione machiavelliana. In questa ottica, la candidatura di Mauro, un esponente di spicco del PPE, sarebbe stata un’evidente forzatura visti i consensi che si realizzavano intorno alla figura dell’ex premier polacco Buzek. L’apparente sconfitta italiana, dunque, potrebbe avere avuto lo scopo di creare un debito politico nei confronti del nostro Paese da spendere poi versi obiettivi ben più ambiziosi. Mi riferisco all’imminente attribuzione di importanti cariche in seno alle istituzioni europee come quello di presidente dell’Eurogruppo[3] e dei vari portafogli alla Commissione Europea. Voci di corridoio annunciavano addirittura una possibile candidatura di Frattini come alto Rappresentante per la politica estera europea. La sconfitta “pilotata” del nostro europarlamentare non sarebbe altro che una trappola politica per le altre grandi potenze europee, oramai costrette a concedere qualcosa d’importante all’Italia.

Nel caso in cui questa seconda ipotesi si riveli fondata, il nostro Governo avrà la responsabilità di proporre candidati con una riconosciuta competenza in ambito internazionale, come fu nel caso di Mario Monti nel 1995. E questo per il bene dell’Europa nel suo insieme. Sacrificare una figura politica anche di spessore con una di stimata professionalità e indipendenza sarebbe un’occasione per dimostrare il nostro europeismo e la lontananza ai quei protagonismi degli Stati che tanto ledono al raggiungimento del più ampio progetto europeo.

FB


[1] L’acronimo S&D si riferisce al gruppo parlamentare in seno al Parlamento Europeo nato dopo le recenti elezioni politiche che riunisce i riformisti europei, anche di matrice cattolico-sociale (vedi PD e correnti al suo interno).

[2] L’Irlanda dopo la bocciatura del Trattato di Lisbona dello scorso anno riproporrà in ottobre un nuovo quesito referendario all’elettorato. In Germania, le forze euroscettiche hanno presentato un ricorso alla Corte Costituzionale per una presunta minaccia alle sovranità e competenze del Parlamento federale tedesco. La ratifica dovrà essere accompagnata dalla promulgazione di una legge nazionale che ne protegga le prerogative.

[3] L’Eurogruppo è un ristretto  gruppo di coordinamento che riunisce i ministri dell’Economia e delle finanze degli Stati membri che hanno adottato l’Euro, ovvero dell’Eurozona. Le sue riunioni sono informali e si svolgono alla vigilia di un Consiglio dei ministri dell’Economia e delle finanze, detto “Ecofin” per discutere di questioni legate all’Unione Economica e Monetaria.

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Grilli per la testa…

Pubblicato da Bernardo Bonaventura su 15 luglio 2009

L’intrigata vicenda delle candidature alla leadership del Partito democratico (Pd) non risparmia colpi di scena. Di recente il noto comico Beppe Grillo ha espresso la sua intenzione di sottomettere la propria candidatura in vista delle primarie di ottobre. Tale decisione ha suscitato reazioni contrastanti dentro e fuori il partito. La figura di Grillo può essere ciò di cui la sinistra italiana ha bisogno? La risposta non è semplice.
Di sicuro, al momento, c’è l’evidenza che le candidature proposte non sembrano soddisfare a pieno l’elettorato. I tre candidati, Franceschini, Bersani e Marini, hanno lanciato la corsa alla segreteria dimenticandosi, nella fretta, di provvedere ad un dettaglio di primaria importanza: il programma elettorale. Di fatto, nei discorsi dei tre sopra citati manca qualsiasi riferimento ad una linea politica da attuare. Tutti parlano di cambiamento, senza di fatto spiegare i termini attraverso i quali metterlo in atto. Tante belle parole spese senza mai esporsi in maniera concreta poichè, intuitivamente, i tre concorrenti preferiscono tenere buoni, evitando di esporsi, i potenziali alleati di domani. In questo guazzabuglio di non-idee e correnti alterne irrompe Grillo. Quotando Pirandello, uno strappo nel cielo di carta.

Grillo, a mio avviso, ha le carte in regola per vincere le primarie. Per prima cosa, Grillo ha costruito una immagine forte e l’ha legata alle sue idee, che nel corso degli ultimi anni sono state pubblicate sul suo blog personale. In un periodo dove l’immagine è tutto, una personalità che unisce le idee al senso per il marketing rappresenta una piacevole eccezione. In secondo luogo, Grillo è un innovatore. Il suo linguaggio semplice e chiaro (a volte forse aggressivo) risulta di semplice comprensione poiché rivolto alle masse, al cittadino medio. In pratica, non sembra incarnare la figura del demagogo ma bensì quella del potenziale trascinatore. Terzo, e sicuramente non ultimo, Grillo dice cose da leader di sinistra! Investire nelle energie rinnovabili, una maggiore attenzione alle tematiche legate alla precarietà ed infine una restaurazione di un processo elettorale basato sul principio della rappresentanza diretta.

Dall’altro lato, come è logico supporre, la canditura di Grillo non è una manna caduta dal cielo. Anche Grillo ha i suoi lati deboli. A mio avviso, ci gli elettori del Pd hanno due buoni motivi per non votarlo. Il primo è che non ha esperienza nell’amministrazione della res pubblica. Tale fattore non deve essere sottovalutato. Amministrare uno Stato è ben differente dal scrivere un blog o da amministrare un’impresa privata (anche se ultimamente lo Stato sembra essere divenuto tale!). A mio avviso la carica di leader di partito (o eventualmente di Primo ministro) necessita di un’adeguata preparazione e di una, seppur breve, esperienza di governo. In secondo luogo, il carattere di Grillo non sembra, per il momento, propenso a scendere a compromessi con altre correnti di pensiero. L’arte della diplomazia e del compromesso sono fondamentali per la buona riuscita di un politico, ma ancor più per la durata e la funzionalità di un governo.

La candidatura di Grillo è un fattore positivo (uno shock esogeno) per la sinistra italiana e di riflesso per il Paese. Personalmente vedo in Grillo una figura che possa coalizzare attorno a sé l’attenzione di un elettorato deluso, quello della sinistra e, perché no, anche parte dell’elettorato di centrodestra. Concludendo, solo se Grillo saprà curare i suoi punti deboli e mantenere la rigidità morale che ha contraddistinto la sua recente carrriera di blogger, la sinistra potrà finalmente proporre, dopo tanti tentativi malriusciti, un’alternativa seria a Berlusconi.

BB

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Le ragioni degli evasori e la realtà dei conti pubblici

Pubblicato da Fabio Bianconi su 7 luglio 2009

Evasione

In un celebre faccia a faccia tra Prodi e Berlusconi nell’aprile 2006, l’attuale Presidente del Consiglio riferendosi alla pressione fiscale dello Stato disse: “le tasse non sono un diritto divino dello Stato, ma qualcosa che il cittadino paga per avere un servizio indietro”.

Questa semplice dichiarazione è stata il cavallo di battaglia di una silenziosa e insidiosa massa di italiani che possiamo definire in un certo senso “rivoluzionari permanenti”: gli evasori fiscali. Nella loro opinione il livello e la qualità dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione non giustifica la pressione fiscale sui contribuenti italiani, tra le più alte d’Europa. Lo stesso Adam Smith nelle sue Lectures on Jurisprudence affermava che una crescita delle tasse a livelli esorbitanti motiverebbe una resistenza da parte del popolo, in quanto espressione di un ingiustificato abuso dei poteri pubblici.

In questo articolo proveremo a comprendere le radici e le dimensioni di questo fenomeno, l’evasione fiscale, sempre più assente dai programmi delle forze politiche italiane per le sue ricadute in termini elettorali.

L’inefficienza delle amministrazioni pubbliche viene sempre più spesso identificata con la crescente burocratizzazione degli Stati moderni. Per quanto riguarda l’Italia, una recente indagine da parte del Centro Studi di Unioncamere rileva come nel 2008 le imprese abbiano pagato per adempimenti amministrativi 16,6 miliardi di euro, l’equivalente dell’1,1% del Pil. Ne consegue che in media ogni impresa ha sostenuto un costo aggiuntivo di 1000 euro al mese, una forma di tassazione subdola e ingiustificata. È chiaro dunque come una semplificazione nelle procedure potrebbe alleviare di non poco il carico fiscale sul comparto produttivo italiano.

Ma la complessità burocratica, nella fattispecie nostrana, è facile terreno per un’altra causa di inadeguatezza dell’amministrazione pubblica, la corruzione. Il Procuratore Generale presso la Corte dei Conti, nella sua memoria inerente all’esercizio 2008, ha individuato nella corruzione all’interno degli apparati pubblici uno dei maggiori ostacoli alla ripresa economica del Paese, con costi quantificabili in 50-60 miliardi di euro all’anno, pari al 4,4% del Pil. Un fenomeno che crea sfiducia nelle istituzioni dello Stato e che ostacola seriamente gli investimenti esteri, vitali per molte industrie italiane.

Burocrazia e corruzione rappresentano chiaramente un importante freno allo sviluppo del nostro Paese, con pesanti ricadute sociali ed economiche. Ma il malcontento dei contribuenti non può certo essere pretesto per una rivolta fiscale, la quale viste le dimensioni raggiunte non ha probabilmente eguali tra le democrazie moderne. Uno studio dell’Agenzia delle entrate stima in 100 miliardi di euro il buco creato nel 2008 dall’evasione fiscale nei bilanci dello Stato, che oscilla tra i 6-7 punti percentuali del Pil. Una soluzione semplicistica della questione suggerirebbe un incremento dei controlli sui contribuenti o “pseudo” contribuenti. L’evasione è un costume ampiamente diffuso, trasversale a diversi settori produttivi e aree geografiche e per questo motivo difficilmente sradicabile attraverso azioni repressive. Tuttavia le effettive possibilità che un italiano ha di subire una verifica fiscale nel corso dell’anno sono sotto l’un percento, il che la dice lunga sulla volontà politica di porvi rimedio.

In questo momento di crisi il debito pubblico italiano, tra i più elevati al mondo, impone limiti di manovra alle politiche di sussidio al sistema economico-sociale. Burocrazia, corruzione ed evasione pesano sul bilancio statale per 170 miliardi l’anno, negando immense risorse allo sviluppo del Paese. Una cifra pari al 12 percento della ricchezza prodotta in Italia ogni anno, troppo grande per essere ignorata ancora a lungo.

È forse giunto il momento d’intervenire con una maggiore incisività attraverso lo snellimento degli iter burocratici, la lotta alla corruzione e il contrasto dell’evasione fiscale. Tali problematiche vanno riportate al centro del dibattito politico tramite una diffusa sensibilizzazione all’interno della società civile. Da una parte, infatti, il cittadino esige una pubblica amministrazione trasparente, che faciliti e non ostacoli l’iniziativa privata. Dall’altra lo Stato pretende il contributo di tutti nel perseguimento delle sue politiche, senza eccezioni. Il rapporto cittadino-pubblico funzionario deve necessariamente basarsi su una reciproca fiducia, dove il pagamento delle tasse valga un servizio efficiente. E dove finalmente il cittadino che non ottempera ai suoi doveri di contribuente venga additato come disonesto, usurpatore e non considerato come un “rivoluzionario permanente”.

FB

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La crisi di un partito…

Pubblicato da Bernardo Bonaventura su 7 luglio 2009

Il bipolarismo, espressione molto in voga negli USA, è un meccanismo perverso di semplificazione dell’attività politica. Avere due partiti in gioco presuppone una maggiore chiarezza agli occhi del’’elettorato. Repubblicani o democratici, destra o sinistra. Tale semplificazione si basa su un concetto di compromesso ideologico. Per istaurare due poli bisogna giungere a programmi condivisi in ciascuna aggregazione di partiti. Tale aggregazione di idee e, permettetemi di dire, di interessi è stata raggiunta senza troppe difficoltà dai partiti del centrodestra che, sotto la leadership e lo scudo mediatico di Berlusconi, hanno stabilito un governo nazionale di natura solida e duratura.

Un sistema bipolare e efficiente se si e in presenza di due partiti. Una carenza democratica, per logica, nasce quando uno dei due non svolge il suo ruolo.Se il centrodestra ha beneficiato in termini di unità dell’introduzione del bipolarismo, lo stesso non può essere detto per il partito attualmente all’opposizione, il Pd. Quest’ultimo sta attraversando una profonda crisi di identità che sembra riflettere una mancanza di visione comune da parte dei propri dirigenti. Ex Dc, ex comunisti, ex Ulivo, ex Margherita. Tutti ex che non hanno ancora aggiornato ed uniformato le proprie visioni della politica verso un progetto comune, una concreta proposta politica di sinistra. In molte occasioni il Pd non ha saputo convincere l’elettorato sulle proprie preferenze, sulla propria coerenza di fondo. Le divergenze emerse sulle questioni della fecondazione assistita e dell’eutanasia rappresentano una palese manifestazione di tale contrasto ideologico che, tuttavia, molti esponenti del partito preferiscono minimizzare o nascondere. In tal senso, il Pd ha interpretato il bipolarismo come aggregazione di voti e non come una condivisione di idee.

Come in ogni organizzazione complessa, benefici e meriti devono essere attribuiti ai responsabili delle scelte strategiche, ai piani alti del partito, ai leaders. Fin dalla defenestrazione di Prodi, l’unità della sinistra italiana è stata contrastata dalle differenti correnti e dalle relative “prime donne” bramose di imporre la propria voce su quelle degli altri, elettori compresi. Una triste dimostrazione di questa incompatibilità tra protagonisti talentuosi ci viene servita in questi giorni dalle candidature lanciate in vista del congresso nazionale di ottobre. Franceschini, attuale Segretario e esponente della corrente cattolica ex-democristiana. Bersani, perenne follower ed esponente della corrente D’Alemiana ed ex-diessina. Infine, Marini, esponente scarsamente supportato e forse per questo poco preso in considerazione (in fondo lui non aderisce a nessuna corrente interna, che senso ha far parte del Pd allora?). Trascurando quest’ultimo, Bersani e Franceschini hanno appena dato il via ad una guerra fratricida per la Segreteria del partito. Il primo ripropone un modello di politica che cala dall’alto, un deus ex machina che non ha orecchie per alleati e che si basa sul presupposto che le decisioni non vadano prese ma imposte (non per altro, appartiene alla corrente D’Alemiana). Il secondo, Franceschini, ha dichiarato di volersi candidare per non far tornare chi c’era prima! Un sillogismo. Chi c’era prima sta anche adesso, Franceschini compreso.

Da questo quadro spaccato emerge una chiara conclusione. Il bipolarismo in Italia è incompleto, non funzionante, asimmetrico. Le guerra interna al Pd, partito nato da una concezione sbagliata di aggregazione politica, sta di fatto fornendo al paese un’ opposizione debole e non in grado di vigilare in maniera compatta sull’operato del Governo che, al contrario, dà la sensazione di essere un pugile aggressivo e spavaldo senza sparring partner. Il Pd dovrebbe ritrovare una sua linea politica ed una nuova unità tra le proprie componenti per fornire al paese un quadro democratico più completo, più bipolare.

BB

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Un Paese multiculturale? No, grazie!

Pubblicato da Roberta Savli su 5 luglio 2009

Torniamo a parlare di immigrazione scendendo, però, nei particolari tecnici del disegno di legge n. 773-B approvato dal Senato lo scorso 2 luglio con 157 voti favorevoli, 124 contrari e tre astenuti. Il 14 maggio il cosiddetto “pacchetto sicurezza” era stato approvato dalla Camera che aveva votato il tris di fiducie posto dal Governo sui tre maxi-articoli che hanno sostituito i 64 dell’originario ddl. Stessa sorte, dunque, è toccata al provvedimento in Senato, facendo così salire a quota 22 le questioni di fiducia poste dal Berlusconi IV in poco meno di un anno e mezzo alla guida del Paese. Tanto se n’è parlato, è stato il cavallo di battaglia della Lega Nord, di cui tutti ricorderanno i manifesti palesemente anti-immigrazione in occasione delle elezioni legislative del 2008, ma pochi effettivamente conoscono le tanto temute disposizioni in tema di immigrazione. Cerchiamo, dunque, di presentarle sinteticamente e in modo critico.

Accordo di integrazione – Innanzitutto, l’articolo 1 comma 25 prevede la sottoscrizione obbligatoria di un accordo di integrazione da parte dello straniero regolarmente residente in Italia. Questi acquisterà o perderà dei veri e propri crediti, a seconda che raggiunga specifici obiettivi di integrazione o che compia determinati atti “anti-sociali”. Una sorta di “patente a punti”, quindi, con l’obiettivo dichiarato di incentivare la socialità e il rispetto delle regole comuni, principi posti alla base dell’ordinamento giuridico dello Stato e rafforzati da secoli di prassi seguite e di storia condivisa. La perdita della totalità dei crediti, infatti, comporta la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione da parte del Questore. L’integrazione, conseguentemente, viene intesa come un processo lineare e unidirezionale, che presuppone un “prima” e un”poi”: il “prima”, una società coesa; abitata, il “poi”, da estranei che rischiano di destabilizzare l’ordine sociale, ai quali proporre e imporre le regole per farli transitare dalla condizione di “alien” a quella di “cittadini a pieno titolo”.

Sembra dimenticarsi, dunque, il Governo italiano, la definizione di integrazione fornita dalla Commissione europea in una comunicazione del 2005, riprendendo gli undici principi fondamentali in tema di immigrazione enumerati l’anno precedente dal Consiglio riunito per deliberare sulla Giustizia e gli Affari interni (il secondo pilastro della costruzione comunitaria decisa a Maastricht). Secondo tale documento l’integrazione deve essere concepita come un processo dinamico e bilaterale di adeguamento reciproco da parte di tutti gli immigrati e di tutti i residenti degli Stati membri. È, conseguentemente, un processo biforme, che presuppone la necessità per le società di accoglienza di adattarsi alla diversità attraverso campagne di sensibilizzazione, mostre e manifestazioni interculturali.

Reato di clandestinità – La norma più controversa, tuttavia, è quella che modifica il Codice penale inserendo una nuova tipologia di reato: quello di clandestinità, descritto dall’articolo 1 comma 16. Tale reato prevede una pena esclusivamente pecuniaria. L’immigrato clandestino, cioè, rischia di pagare un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro, ma non la detenzione in carcere. Tale ammenda, poi, può essere sostituita con l’espulsione del cittadino per un periodo non inferiore a cinque anni, decisa dal giudice in seguito ad una regolare condanna. Nella maggior parte dei casi, però, non è necessario il nullaosta dell’autorità giudiziaria competente ad accertare il reato. Il Questore, infatti, comunica direttamente alla stessa l’avvenuta espulsione e, conseguentemente, il giudice pronuncia il non luogo a procedere.

Il 10 giugno 2009 la Sesta Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, responsabile per la riforma giudiziaria e l’amministrazione della giustizia, si è espressa contro il ddl, accusandolo di paralizzare molti uffici giudiziari con un eccezionale aggravio di prassi. L’eccessiva durata dei processi nel nostro Paese è a conoscenza di tutti: le statistiche stabiliscono che un processo penale dura in media fra i quattro e i sei anni. L’introduzione di un simile reato, inoltre, è inutile laddove si consideri che l’espulsione del cittadino, fine ultimo dello stesso, si realizzerebbe in ogni modo e per il fatto stesso di essere un clandestino, indipendentemente dal reato penale commesso.

Infine, il reato di clandestinità comporta una limitazione dei diritti degli immigrati e dei loro familiari, un’incidenza negativa sull’accesso ai pubblici servizi che riguardano i beni fondamentali. Sebbene sia stata cancellata la tanto discussa disposizione che avrebbe introdotto i cosiddetti “medici-spia”, abolendo il divieto di denunciare un clandestino che si fosse presentato nelle strutture pubbliche per richiedere cure, infatti, la presentazione del permesso di soggiorno rimane una precondizione indispensabile per tutti gli atti inerenti allo stato civile e ai pubblici servizi. Ciò spingerebbe a dedurre che i figli dei clandestini non verrebbero registrati, aprendo dunque un contrasto fra le norme interne e il diritto internazionale pattizio giacché la Convenzione sui diritti dell’infanzia promossa dall’Unicef nel 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991 prescrive il diritto del bambino alla sua persona. Una categoria tristemente e presumibilmente sempre più ampia di persone, quindi, si troverebbe a vivere in un buco nero privo di regole e, dunque, senza alcun tipo di tutela.

Detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) – L’attuale legge sull’immigrazione, la cosiddetta “Bossi-Fini” del 2002 dal nome dei due Ministri proponenti, stabilisce che gli immigrati possano essere trattenuti per un periodo massimo di 60 giorni negli appositi Centri di identificazione ed espulsione. Con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni legislative, invece, il Questore potrà chiedere al Giudice di Pace una proroga di 60 giorni, seguita da eventuali ed ulteriori 60 giorni. Le autorità, dunque, avrebbero a disposizione un periodo massimo di 180 giorni per accertare l’identità e la nazionalità dell’immigrato clandestinamente entrato in Italia e successivamente procedere all’espulsione dello stesso.

Sebbene in linea con le disposizioni generali dettate dall’Ue in materia di immigrazione clandestina con la cosiddetta “direttiva rimpatri”, il nostro Paese ha più volte attirato dei richiami da parte del Consiglio d’Europa, un’organizzazione internazionale non inserita nel sistema comunitario la cui missione è promuovere la democrazia, proteggere i diritti dell’uomo e lo stato di diritto, del portavoce dell’UNHCR in Italia Laura Boldrini e dello stesso Commissario europeo responsabile per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza Jaques Barrot. Le condizioni di vita nei Cie, infatti, sarebbero degradanti e lesive della dignità umana e, quindi, in tali centri si violerebbero le norme basilari del diritto internazionale generale concernenti la protezione della persona e della sua dignità.

Ronde di associazioni di cittadini – Un’ulteriore disposizione estremamente dibattuta è quella relativa alla possibilità garantita ai Sindaci di avvalersi della collaborazione di associazioni di cittadini non armati, iscritte in un elenco tenuto dal Prefetto. L’articolo 3, commi 40, 41, 42, 43 e 44, del ddl precisa, poi, che solo le associazioni composte di appartenenti in congedo delle Forze dell’ordine, armate o di altri Corpi dello Stato possono disporre di risorse economiche a carico della finanza pubblica.

Queste ronde di “sceriffi-fai-da-te”, tanto volute dalla Lega Nord, tuttavia, non fanno altro che accrescere sentimenti razzisti e xenofobi in un’Italia sempre più colpita dalla crisi economica e, conseguentemente, sempre più pronta ad addossare agli altri le colpe dei propri errori.

Invece di interrogarsi sui modi di allontanamento degli immigrati clandestini, si dovrebbero individuare le cause che spingono gli stessi ad abbandonare il loro Paese per cercare fortuna in un altro Stato e agire su queste ultime. Secondo un rapporto presentato dalla Global Commission on International Migration delle Nazioni Unite nell’ottobre 2005 sono le cosiddette “tre d”: in inglese development, demography e democracy. Gli immigrati, quindi, abbandonerebbero famiglia e amici per cercare di raggiungere uno Stato sviluppato economicamente in modo tale da poter provvedere al sostentamento individuale e della propria famiglia in patria, uno Stato con un controllo demografico attivo e soprattutto un Paese democratico. Non resta che chiederci se, al giorno d’oggi, l’Italia possa rispecchiarsi in una simile descrizione. E, purtroppo, l’unica risposta che so darmi è un desolante no…

RS

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