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Idee, proposte per uno Stivale che non calza più

La crisi di un partito…

Pubblicato da Bernardo Bonaventura su 7 luglio 2009

Il bipolarismo, espressione molto in voga negli USA, è un meccanismo perverso di semplificazione dell’attività politica. Avere due partiti in gioco presuppone una maggiore chiarezza agli occhi del’’elettorato. Repubblicani o democratici, destra o sinistra. Tale semplificazione si basa su un concetto di compromesso ideologico. Per istaurare due poli bisogna giungere a programmi condivisi in ciascuna aggregazione di partiti. Tale aggregazione di idee e, permettetemi di dire, di interessi è stata raggiunta senza troppe difficoltà dai partiti del centrodestra che, sotto la leadership e lo scudo mediatico di Berlusconi, hanno stabilito un governo nazionale di natura solida e duratura.

Un sistema bipolare e efficiente se si e in presenza di due partiti. Una carenza democratica, per logica, nasce quando uno dei due non svolge il suo ruolo.Se il centrodestra ha beneficiato in termini di unità dell’introduzione del bipolarismo, lo stesso non può essere detto per il partito attualmente all’opposizione, il Pd. Quest’ultimo sta attraversando una profonda crisi di identità che sembra riflettere una mancanza di visione comune da parte dei propri dirigenti. Ex Dc, ex comunisti, ex Ulivo, ex Margherita. Tutti ex che non hanno ancora aggiornato ed uniformato le proprie visioni della politica verso un progetto comune, una concreta proposta politica di sinistra. In molte occasioni il Pd non ha saputo convincere l’elettorato sulle proprie preferenze, sulla propria coerenza di fondo. Le divergenze emerse sulle questioni della fecondazione assistita e dell’eutanasia rappresentano una palese manifestazione di tale contrasto ideologico che, tuttavia, molti esponenti del partito preferiscono minimizzare o nascondere. In tal senso, il Pd ha interpretato il bipolarismo come aggregazione di voti e non come una condivisione di idee.

Come in ogni organizzazione complessa, benefici e meriti devono essere attribuiti ai responsabili delle scelte strategiche, ai piani alti del partito, ai leaders. Fin dalla defenestrazione di Prodi, l’unità della sinistra italiana è stata contrastata dalle differenti correnti e dalle relative “prime donne” bramose di imporre la propria voce su quelle degli altri, elettori compresi. Una triste dimostrazione di questa incompatibilità tra protagonisti talentuosi ci viene servita in questi giorni dalle candidature lanciate in vista del congresso nazionale di ottobre. Franceschini, attuale Segretario e esponente della corrente cattolica ex-democristiana. Bersani, perenne follower ed esponente della corrente D’Alemiana ed ex-diessina. Infine, Marini, esponente scarsamente supportato e forse per questo poco preso in considerazione (in fondo lui non aderisce a nessuna corrente interna, che senso ha far parte del Pd allora?). Trascurando quest’ultimo, Bersani e Franceschini hanno appena dato il via ad una guerra fratricida per la Segreteria del partito. Il primo ripropone un modello di politica che cala dall’alto, un deus ex machina che non ha orecchie per alleati e che si basa sul presupposto che le decisioni non vadano prese ma imposte (non per altro, appartiene alla corrente D’Alemiana). Il secondo, Franceschini, ha dichiarato di volersi candidare per non far tornare chi c’era prima! Un sillogismo. Chi c’era prima sta anche adesso, Franceschini compreso.

Da questo quadro spaccato emerge una chiara conclusione. Il bipolarismo in Italia è incompleto, non funzionante, asimmetrico. Le guerra interna al Pd, partito nato da una concezione sbagliata di aggregazione politica, sta di fatto fornendo al paese un’ opposizione debole e non in grado di vigilare in maniera compatta sull’operato del Governo che, al contrario, dà la sensazione di essere un pugile aggressivo e spavaldo senza sparring partner. Il Pd dovrebbe ritrovare una sua linea politica ed una nuova unità tra le proprie componenti per fornire al paese un quadro democratico più completo, più bipolare.

BB

3 Risposte to “La crisi di un partito…”

  1. Luca Paolo detto

    Aggiungerei che il bipolarismo è anche un “meccanismo perverso di semplificazione” della realtà nel suo complesso, per citarti. E in quanto tale porta a semplificare, e quindi a snaturare, il principio di rappresentatività e di conseguenza di democrazia stessa. La democrazia dovrebbe basarsi sulla rappresentanza di tutti i valori in campo, e le idee che questi rappresentano. Avere due grandi blocchi, anzi due grandi partiti, porta inevitabilmente all’indebolimento e successiva scomparsa dalla scena di una serie di istanze e identità che rappresentano però milioni di persone.
    Si perderebbero idee, valori, e perché no anche bisogni e questioni sociali importanti per il sistema nel suo complesso.
    Penso che in questo senso il bipolarismo sia un sistema inefficiente, oltre che in contraddizione con lo stesso concetto di democrazia, come ho spiegato sopra. Più gruppi e individui sono rappresentati, maggiore sarà inevitabilmente il benessere diffuso prodotto dalle classi dirigenti, se veramente rappresentative. Ridurre i rappresentanti politici (= i partiti) a due significa impevorire il contesto generale, appiattire l’offerta politica su alternative che si somigliano (perché scaturiti da compromessi tra interessi e idee profondamente diversi all’interno dello stesso partito) ed escludere sistematicamente larghe fasce di popolazione che restano senza rappresentazione (pensate a chi si identifica in partiti molto caratterizzati per la trattazione di determinate tematiche sociali, come i radicali).
    Non capisco poi la logica dell’alternanza: cosa vuol dire alternanza? Perché l’alternanza dovrebbe essere auspicabile in principio? Nulla vieta la possibilità che una parte sia molto più preparata e capace di un’altra, e resti tale per più anni. L’alternanza deve venire dalla selezione naturale della parte migliore (che può anche restare la stessa per più legislature, se lo merita), e non da un principio fondante lo stesso sistema di governo, come un dogma imposto dai suoi ideatori.

    • Bernardo Bonaventura detto

      Luca Paolo,
      non vedrei il bipolarismo con toni esclusivamente negativi. La perdita dei piccoli partiti e’ il trade-off che si e’ pagato per cancellare il fenomeno della dittatura delle minoranze. L’Italia non ha mai goduto di periodi di stabilita’ politica a causa delle numerevoli componenti delle coalizioni di governo. Se non mi sbaglio, fino agli inizi degli anni 90 la media della durata degli esecutivi era di appena un anno di legislatura. Un paese, a mio avviso, non puo’ funzionare con esecutivi di breve termine e con coalizioni frammentate in diversi partiti. Non ci sarebbero gli incentivi per portare avanti riforme strutturali o piani di lungo respiro. Chiedere a Prodi!

      Sono d’accordo con te sul condannare la logica dell’alternanza. E’ senza senso (come lequote rosa a mio avviso). Preferisco la logica della meritocrazia e della democrazia.

      BB

      • Davy Jones detto

        Bell’articolo e bel dibattito.

        Due cose: la prima riguarda il problema maggioritario/proporzionale, e la seconda l’alternanza.

        Per la prima, si potrebbe pensare ad una metafora calcistica: un allenatore deve adattare un modulo alla squadra che ha a disposizione, o creare la squadra ad immagine e somiglianza del suo modulo? Applicando l’immagine alla squadra/paese Italia, e’ evidente che fino al mercato di gennaio, l’allenatore deve adattare il modulo/legge elettorale alla squadra/paese. Allora maggioritario o proporzionale per garantire un buon gioco e vincere possibilmente? Come sappiamo non c’e’ una logica certa, perche’ ognuno dei due ha almeno un contro esempio. Innanzitutto: il governo dell’Italia fino al 1992 non dipendeva dai partiti, dipendeva da Yalta, che eliminava a prescindere molti giocatori. Poi, guardiamo alla storia: in Italia, il paese dei campanili, parlare di bipolarismo e’ un concetto puro, per dirla alla Croce. Ci sono sempre state due o piu’ fazioni (guelfi o ghibellini? Papa o Imperatore? Mussolini o Balbo? O magari realisti?) ma nessuna delle due esaustiva. Per dirla alla Rokkan, in Italia si sovrappongono tutti e quattro i suoi cleavages stato/chiesa, capitale/lavoro, citta’/campagna, centro/periferia. Si sovrappongono, si dispongono in maniera differente e fluida. Oppure, per dirla alla Funari, l’Italia e’ il paese dei “Si, ma…”. Abbiamo cosi tante differenze sociali e storiche dai nostri vicini geografici, cosi’ come dai nostri avversari politici, che non ci fidiamo. Per questo l’alternanza in Italia sarebbe teoricamente possibile (lo sarebbe stata) a partire da un ordine esterno (Yalta- vedi anche sotto). Un bipolarismo all’italiana e’ in tanto rischioso in quanto si espone piu’ di altri alla dittatura della maggioranza, perche’ la posta in gioco e’ molto piu’ alta. Perche’ in caso di coalizioni molto vicine (e frequenti nella storia italiana), partiti anti-sistema, di rottura, che non condividono le regole del gioco perche’ le vedono come limitative della propria crescita (tipicamente ad ondate), possono sbancare il tavolo (come il fascismo, o la Lega Nord) e proporre ed ottenere una revisione delle regole per stabilizzare la propria tornata favorevole. Nel bipolarismo puro, chi vince prende teoricamente tutto (non stupisce che era quello che volesse fare Acerbo nel ‘1925). Ci vogliono una grande virtu’, separazione dei poteri, costituzione condivisa, opinione pubblica nutrita da un’informazione indipendente, per evitare il pericolo.
        Ora: quale modulo? Non ripassiamo in rassegna pregi e difetti dei sistemi elettorali. Un proporzionale corretto su base nazionale (con piccolo sbarramento e voti di preferenza) puo’ da un lato limare le spinte anti-sistema di cui sopra, e dall’altro dare espressione alle varieta’ locali storiche e sociali che sopravvivono, oppure che si devono trovare a convivere nelle periferie urbane.
        L’alternanza. Il punto non e’ se sia bene o male. L’alternanza nelle democrazie costituzionali e’ un fine, non il mezzo; una speranza, piu’ che un presupposto. Mi spiego. L’alternanza e’ auspicabile per due ragioni, la prima indiretta, e la seconda diretta. La ragione diretta e’ che Schumpeter ci insegna che un’alimentazione equilibrata e’ importante. Ci sono cicli non solo economici ma di idee ed azioni, per cui una persona/partito/stato/impero non puo’ farle sempre tutte giuste. Dopo un certo periodo di tempo, e’ fisiologico che la parte al governo sperimenti un declino di idee ed azioni (prima che di consensi o di meriti). E’ quindi auspicabile (speranza) che ci sia un’altra parte politica pronta a ricevere il testimone. I tanti anni di beslusconismo hanno anche insegnato questo. Come si fa notare anche nel post, quante volte si e’ detto “Si, ma dall’altra parte non c’e’ nessuno”? La seconda, indiretta, ragione, e’ il segreto delle democrazie costituzionali: il linguaggio comune, la base dei sentimenti democratici comuni, il comune democratico sentire. Non basta una costituzione, bisogna crederci. Una volta che partiti anche distanti in termini di mezzi, individuano i fini comuni nella costituzione (articoli 3 e 35 della Costituzione Italiana, che il mondo ci invidia), l’alternanza e’ non solo indolore, non solo meritocratica e democratica, ma anche in un certo senso auspicabile, perche’ quattro occhi vedono meglio di due (se si lavora per un fine comune).
        Grazie ed in bocca al lupo.
        DJ

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