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Idee, proposte per uno Stivale che non calza più

(Pluri)rappresentandoci. Tributo a Gaetano Pecorella, garantista, avvocato e parlamentare

Pubblicato da giulianovosa su 7 agosto 2009

Di ragioni dalla sua, lo stimato On. Prof. Avv. Gaetano Pecorella, pluriavvocato e plurirappresentante, ne ha sicuramente da vendere. Per fortuna c’è qualcuno pronto a difendere i diritti dell’ uomo di fronte a così prepotenti intromissioni nella altrui privacy. Evviva i veri garantisti! Quel che non si capisce, accidenti, è come sia saltato in testa a due imberbi ragazzotti di rivolgergli questioni tanto scellerate. Che male c’è se un avvocato penalista difende un pezzo da novanta della camorra casalese? Tutti hanno diritto alla difesa, anche i peggiori: lo dice la Costituzione. Infatti, nel suo curriculum ci sono altri nomi niente male: Delfo Zorzi (neofascista accusato e condannato in primo grado come esecutore materiale della strage di Piazza Fontana, poi assolto in appello e Cassazione, mentre il suo avvocato è stato imputato per favoreggiamento) e Bruno Tassan Din (amministratore delegato della Rizzoli – Corriere della Sera fino al 1982, poi condannato nel ’93 a 4 anni e 6 mesi per bancarotta, nonché a 14 anni in primo grado per il crack del Banco Ambrosiano – patteggiò poi 8 anni e 2 mesi in appello). Al loro cospetto fa quasi bella figura, o forse no, il suo cliente più noto, un pluriimputato e pluriprescritto attualmente Presidente del Consiglio.

Una carriera spesa al fianco di membri della P2 e protagonisti dell’ eversione nera, svolta abbastanza netta per chi aveva in gioventù appoggiato apertamente Potere Operaio e Soccorso Rosso Militante. Un salto di barricata evidentemente fruttuoso per chi si ritrova ora deputato PDL fra i più attivi a difesa del “Grande Capo”, come lo chiamerebbe Agostino Saccà. In effetti, fare troppe domande ad uno con un simile cursus honorum rischia di essere inutile o controproducente. Ne “Il secondo tragico libro di Fantozzi”, all’ avvocato Camorrani, proclamatosi integralista rosso e subito dopo “vecchio combattente della guerra di Spagna”, il ragionier Ugo domanda ammirato: “Ma scusi, Lei come la pensa?” E lui di rimando: “Io? Esattamente come lei”. “E cioè?” fece Fantozzi, ansioso di conoscere finalmente le proprie idee. “Nel modo più giusto”.  Ecco, appunto.

Un garantista D.O.C. come l’ esimio professionista milanese non poteva non alzare la voce di fronte al sopruso di cui è stato vittima. Ed è incontestabile che l’ eccelso Pecorella abbia più volte speso la sua reputazione per le più nobili cause, nel pieno espletamento dei suoi doveri super partes di rappresentante del popolo italiano. Si legga qualche fulgido esempio.

17 Ottobre 2001: Nella commissione Giustizia presieduta dal Nostro, due deputati forzisti presentano una proposta di legge che estende il patteggiamento a numerosi reati, alcuni dei quali puniti con l’ ergastolo. Nei processi per strage ciò significherebbe abolizione del carcere a vita per i capimafia in galera. Un gentile omaggio a Cosa Nostra, peraltro più volte da questa sollecitato, forse anche a mezzo di apposito “papello”, come ipotizzato da chi indaga sul patto Stato-Mafia quale fondamento costitutivo (Costituente?) della Seconda Repubblica. Il putiferio suscitato (si proponeva di ridurre le pene agli stragisti un mese dopo l’ 11 settembre) indusse lo stesso Pecorella, sebbene a malincuore, a far ritirare il progetto. Ma l’ illustre avvocato non ha mancato di esprimersi più volte sull’ argomento in termini entusiastici, anche in altre sedi. “Meglio una pena di vent’ anni subito che un ergastolo dopo dieci anni”, dirà poi. Si diceva, un garantista. Purché i vent’ anni si scontino tutti. Altrimenti la garanzia è per i criminali. E poi, ci si consenta, perché si dovrebbe rinunciare a punire adeguatamente reati gravi causa “manifesta incapacità” a far funzionare i processi? Bah. Forse anche questa è una garanzia. Per chi, non si è capito. Nel dubbio, prendiamo nota e proseguiamo.

16 aprile 2002: entra in vigore la c.d. legge sul falso in bilancio, ovvero la riforma dell’ art. 2621 del codice civile in seguito alla legge delega n. 366\2001, promulgata a tempo di record (con la collaborazione del capogruppo DS alla Camera, Luciano Violante, che chiese per l’ approvazione una procedura urgente) e attuata in modo ancor più fulmineo (d. lgs. 61\2002). Per una riforma tanto essenziale ed importante da meritare un supporto bipartisan, ecco un relatore d’ eccezione, competente, professionale e soprattutto imparziale: Pecorella. L’ avvocato del premier pluriindagato e pluriimputato, nonchè pluriprescritto. Cosa dice la nuova legge? Ad una cospicua attenuazione generale delle sanzioni (che comporta riduzione dei tempi di prescrizione) si accompagnano due chicche:  1) la perseguibilità del reato unicamente a querela del socio o del creditore (ebbe a dire un giudice: come punire il furto solo quando il ladro si autodenuncia) benché limitata alle società non quotate in Borsa;  2) la previsione di una soglia di impunibilità tanto maggiore quanto più ricca è la società. Si apprende così che in Italia un manager può legalmente sottrarre danaro dai bilanci e tenere una contabilità occulta per fini “riservati”, tipo mazzette a politici e giudici. Un film già visto. Solo che oggi è tutto lecito. Scopi nobili, accidenti, non c’è che dire; nell’ interesse della collettività tutta, proprio come prescrive il mandato parlamentare. Dov’è che era scritto “l’ iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’ utilità sociale”? Ah sì, in Costituzione. Un vecchio libro, dimenticato in soffitta. In America lo stesso manager di cui sopra prende fino a 25 anni di galera. Cavoli, che cattivi questi cowboys. Da noi si è più tolleranti, si concede sempre un po’ di margine, basta che in ogni caso non si alteri “sensibilmente la rappresentazione della situazione della società”, così dice la legge. Quindi solo bruscolini, giusto? Certo: ENEL 191 milioni di euro, Pirelli 241 milioni di euro, ENI 408 milioni di euro, SanPaolo-IMI 105 milioni di euro, Fininvest 41 (poracci). Utilità sociale. Un lavoro di fino: oltre a difenderlo davanti ai giudici, l’ avvocato del Presidente gli ha scritto pure una legge che lo ha tolto dai guai in una mezza dozzina di processi. Assolto per decorrenza dei termini di prescrizione, o più spiritosamente perché il fatto non costituisce (più) reato in seguito alla auto-depenalizzazione. Tutto grazie al Nostro, ineffabile avvocato, senz’ altro meritevole di una parcella sostanziosa. Infatti la seconda parte gliela paghiamo noi: l’ avv. Pecorella, si ricorderà, oltre che illustre garantista, è rappresentante del popolo italiano.

12 gennaio 2006: Approvata una concisa proposta di legge che preclude al pubblico ministero la possibilità di appellare le sentenze assolutorie, mentre il condannato può impugnare quelle a lui sfavorevoli. Lodevole tentativo di aggiornare il nostro sistema alle democrazie più avanzate, si dice: una manna per gli italiani, che finalmente avranno una Giustizia certa e rapida. Qualcuno, ignorante come purtroppo ne circolano fin troppi  in questo Paese, osa mettere in dubbio la compatibilità della riforma col principio della parità delle posizioni processuali fra le parti; e solo perché per far valere le proprie ragioni la difesa avrebbe tre gradi di giudizio e l’ accusa uno. Una disdetta che fra questi analfabeti del diritto ci sia pure il Presidente della Repubblica: il 20 gennaio Ciampi dispone il rinvio per “palesi incostituzionalità”. Le Camere potrebbero riapprovarla anche nello stesso testo, ma mancano 9 giorni alla fine della legislatura. Nessun problema: il Presidente del Consiglio chiede a gran voce una proroga, nell’ interesse della Giustizia s’ intende. Due settimane, ma anche qualche mese: “tanto, che fretta c’è” annuncia spavaldo sulla sua rete ammiraglia intervistato da Bonolis il 23 gennaio. Per il bene degli italiani, questo ed altro. Ovviamente. La riforma verrà approvata come richiesto dal Grande Capo. Qualche maligno si è chiesto: ma quali saranno i risvolti concreti di ‘sta benedetta legge?  Quali processi pendenti in appello su impugnazione dell’ accusa saranno cancellati? Chissà. Poi qualcuno si è letto gli atti della causa SME-Ariosto, appello su impugnazione dei PM della sentenza che concedeva al Grande Capo le attenuanti generiche assicurandogli la prescrizione, e gli è passata pure la voglia di farsi domande. Un altro colpo ad effetto, poi in parte neutralizzato dalla Corte Costituzionale (sentenze 26/2007 e 85/2008) per maggior vergogna di Berlusconi e dei suoi avvocati-deputati. Ma chi era il relatore di questa legge capolavoro? Pecorella. Il garantista.

1 aprile 2009: E’ istituita la Commissione Bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Quel che è successo, in linee generali, lo sanno anche i sassi: un’ amministrazione incapace o complice non è mai riuscita a stabilire un controllo efficace sullo smaltimento, ricadendo ad ogni piè sospinto nell’ “urgenza”, succulenta fonte di lucro per certe aziende in forte odore di camorra. Che i compagni di partito dei suddetti amministratori, a livello nazionale, possano efficacemente indagare sulle manchevolezze dei responsabili, appare da subito poco verosimile. Anche perché i comuni coinvolti sono retti da Giunte di destra e di sinistra; così come, a norma di Costituzione (art. 82) e di regolamenti parlamentari (141 reg. Camera, 162 reg. Senato) la Commissione d’ inchiesta, istituita a maggioranza, è composta rispettando la proporzione dei gruppi politici. Ingenerosamente, c’è chi sente puzza di “scurdammece  o’ passato, simm’ ‘e Napule, paisà!”; che poi, trattandosi della Campania, ci starebbe pure. Si dice: spetta all’ opposizione assicurare il buon funzionamento della Commissione, mediante il controllo democratico; come del resto accade per gli affari ordinari. Appunto. La già scarsa credibilità della Commissione subisce un altro colpo non male quando alla Presidenza viene nominato un avvocato della camorra, nel 2003 difensore di Nunzio De Falco, condannato in appello come mandante dell’ omicidio di Don Peppino Diana (prete di Casal di Principe, in prima linea contro i clan) e in Cassazione all’ ergastolo per l’ omicidio di Mario Iovine, boss rivale dei Casalesi. Chi è costui? Beh. Il Garantista.

Oggi, agosto 2009, al Garantista è stata posta una domanda che suona più o meno così: “l’ aver preso le difese di un boss, di un clan peraltro fortemente sospettato di giocare un ruolo chiave nello smaltimento illecito dei rifiuti, non le sembra in contrasto col suo ruolo di Presidente della Commissione d’ inchiesta che il Parlamento dello Stato italiano ha varato per indagare in merito?”. Il Nostro inopinatamente reagisce male, si arrabbia e poi querela gli intervistatori chiedendo il sequestro dei materiali di supporto dell’ intervista (fallita, visto che si era rifiutato di rispondere). Non contento, in preda ad attacchi convulsi di garantismo spara cannonate a dritta e a manca, infangando la memoria di Don Diana (nascondeva armi della camorra?) a dispetto di una sentenza definitiva, con lo stesso sistema di delegittimazione ad personam che i camorristi usano quando vogliono ridurre un nemico al silenzio. Che poi è lo stesso di chi, accusato di reati più o meno gravi, non si difende nel merito ma si scaglia contro il suo accusatore: comunista, complottista, prevenuto, estremista, disturbato mentale, antropologicamente diverso e via discorrendo.

L’ Auto-garantista. Un po’ come l’ auto-depenalizzato e l’ auto-prescritto. Che singolari fenomeni giuridici offre questa democrazia d’ inizio millennio sulle rive dello Stivale. Triplo conflitto d’ interessi carpiato con ritorno: dal Parlamento alle aule di tribunale, ora Berlusconi, ora i Casalesi. Niente male per uno che esercita da una decina d’ anni un mandato in nome della Nazione (lo dice l’ art. 67 di quel vecchio libro lasciato in soffitta). Tante medaglie ed un solo rimpianto: non essere stato eletto alla Corte Costituzionale. Ci è andato vicino però. Nell’ ottobre 2008 fu candidato dal PDL per sostituire il dimissionario Romano Vaccarella, già avvocato civilista di Berlusconi. Con Pecorella al posto di Vaccarella, evidentemente, il presepe veniva bene lo stesso. Il processo pendente (favoreggiamento) e la firma in calce ad alcune delle più scandalose leggi varate dai governi di centrodestra alla fine mandarono all’ aria la sua nomina. Poco male. La Premiata Osteria Mazzella si è rifatta con Napolitano (Paolo Maria), Berlusconi, Vizzini, Letta ed Alfano. Una tranquilla, romantica cenetta al riparo dalle regole giuridiche e civili, fra domestiche fedeli ed amicizie sbandierate, a qualche mese dalla pronuncia sul Lodo che deplorevolmente porta il nome del ministro proponente e non del beneficiario unico come avveniva in passato (tipo per i decreti sulla TV degli anni ’80). Forse il presepe era meglio. Ma chissà, per queste cose c’è sempre tempo.

GV

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