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Idee, proposte per uno Stivale che non calza più

Alcuni buoni motivi per evitare le gabbie salariali

Pubblicato da Bernardo Bonaventura su 11 agosto 2009

La proposta di ancorare i salari al costo della vita su base regionale è il tormentone politico dell’estate. Il Governo, sotto la spinta insistente della Lega nord – vero e proprio motore legislativo dell’esecutivo – sta sondando il terreno per una riforma che rappresenterebbe un ulteriore passo verso il federalismo.

Quali sono i costi di ancorare le remunerazioni al costo della vita?

Quali sono i costi di ancorare le remunerazioni al costo della vita?

Tale proposta, in realtà, non è del tutto innovativa. Nel 1975, un accordo tra i principali sindacati dei lavoratori e degli imprenditori ha introdotto l’ancoraggio delle remunerazioni al tasso di inflazione su scala nazionale (la cosidetta scala mobile). La ragione di quell’accordo la si può trovare negli shock petroliferi degli anni ‘70, nella conseguente perdita di potere di acquisto delle famiglie (dovuta a tassi di inflazione molto elevati) e nella scarsa stabilità del sistema economico mondiale, già scosso dalla caduta del sistema di cambi vincolati Bretton Woods annunciata da Nixon nel ‘71 (fu annullata la convertibilità fissa del dollaro sull’oro a seguito del pesante deficit statunitense). In tale contesto storico, l’indicizzazione dei salari fu una scelta necesaria ad attenuare gli effetti destabilizzanti di un sistema economico poco stabile.

Nel contesto attuale, non sembra esserci una ragione sostanziale per giustificare tale riforma. L’eurosistema sta garantendo tassi di inflazione molto contenuti (al di sotto del 2%) e il sistema economico nazionale sta godendo di una stabilità mai raggiunta in precedenza. La ragione sembra essere più di natura politica (consensuale).

I meccanismi di ancoraggio dei salari hanno notevoli aspetti negativi. Non va infatti dimenticato che la scala mobile ha causato la permanenza di un elevato tasso di inflazione in Italia durante gli anni ‘80. L’aumento automatico dei salari genera un incremento del potere d’acquisto delle famiglie che si riscontra in un aumento della domanda di beni, il quale produce un ulteriore aumento dei prezzi. Come conseguenza, l’indicizzazione dei salari produce degli effetti nel breve termine e genera, nel lungo periodo, elevata inflazione (e conseguente instabilità economica).

A livello europeo, è facile aspettarsi delle posizioni poco inclini alle cosidette gabbie salariali. Su tutti, la Bce non vedrebbe di buon occhio tale intervento dello Stato nel mercato del lavoro. Due sono le ragioni: a) l’obiettivo primario dell’eurosistema è il contenimento dell’inflazione nell’euroarea. Come conseguenza, politiche nazionali pro-inflazionistiche appaiono in contrasto con il mandato della Bce, siglato negli accordi di Maastricht; b) l’intervento dello Stato nel mercato del lavoro potrebbe causare inefficienze e squilibri tra domanda e offerta di impiego.

Di fatto, l’Italia è costituita da un tessuto produttivo spaccato in due: da un parte il Mezzogiorno e dall’altra il Nord del Paese. Il costo della vita è solo un aspetto della questione e le gabbie salariali regionali potrebbero marcare, tramite una spirale salari-prezzi, il gap economico tra le due aree.  Altri fattori, quali lo sviluppo delle infrastrutture, le reti di collegamento e l’efficienza delle pubbliche amministrazioni dovrebbero essere presi in maggiore considerazione per attuare politiche di riduzione del gap produttivo.

BB       

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